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domenica 24 maggio 2009

La Citazione della settimana I


La citazione del giorno è tratta da L'amore degli insorti (Marco Tropea Editore, 2005) di Stefano Tassinari (1955, Ferrara), che, assieme a L’ora del ritorno (2001) e I segni sulla pelle (2003), va a formare una sorta di trilogia della memoria, che parte dall'esperienza partigiana sino ai giorni del G8 di Genova, ma che si centra sui controversi anni '70, i non cicatrizzati anni '70 che hanno profondamente solcato la vita dello stesso autore, oltre che la storia e la cultura del nostro paese.
Quando si parla di anni '70, la prima cosa che viene in mente è la classica etichetta - quanto mai avvilente - di "anni di piombo", quella dicitura creata dalla «gente che falsifica la Storia a colpi di spocchiosi editoriali, o di “asservizi” televisivi, pagati trenta denari al pezzo».
Proprio su questo vuole riflettere la citazione della settimana. Sono state pochissime le voci del periodo - ma anche quelle successive - che siano andate al di là di questa dicitura da supermarket dell'informazione, e che si siano sforzate di rompere il muro del ricatto ideologico (quel «o sei con noi o sei contro di noi» che è tornato tanto di moda grazie a Bush jr.), per cercare di spiegare - senza per questo giustificare - le complesse motivazioni che hanno spinto alcuni individui alla soluzione estrema, disperata, senza sbocco - e per di più utile alla politica criminale dei partiti di governo, Pci compreso!
Complesse, perchè in realtà la violenza - in accordo con il Ginsborg della Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi - è quasi parte integrante di un periodo storico, quando si contrappongono la violenza giusta di Mao, del Che o di Ho Chi Minh, senza dimenticare quella dei freedom fighters in Africa e nei paesi impegnati a spezzare le catene del colonialismo. Ma, nonostante ciò, reputo profondamente sbagliato l'appiattimento totale della sinistra "alternativa" o extraparlamentare nell'esperienza fallimentale e deforme delle BR, così come l'appiattimento e la criminizzazione universale di un'intera generazione di contestazione da parte di quella che sarebbe stata chiamata reazione, i padroni, coloro che, alla fine, hanno vinto questa sporca partita che si chiama Storia.
E da vincitori, hanno continuato a dettare le proprie condizioni, proprio quelle condizioni inique, sfruttatrici e sanguinarie a cui le BR hanno tentato - nel loro semplice e disperato modo - di rispondere, e che nella loro continuità (tutt'ora) presente, testimoniano non solo il fallimento storico della Lotta Armata in Italia, ma evidenziano chiaramente che il nuovo punto di partenza deve essere - assolutamente - quello della memoria come coscienza e conoscienza, come rivendicazione e opposione, come (r)esistenza:
«A quelli come me è vietato fare considerazioni, avanzare nessi tra quei primi episodi stragisti e le nostre reazioni. Sarebbe un'altra verità scomoda e non piacerebbe a nessuno, perchè chiamarci terroristi va bene a tutti, anche se noi non avviamo mai colpito alla cieca, né ammazzato passanti, turisti, impiegati di banca, studenti innamorati, Tra terrorismo e lotta armata c'è una differenza abissale, ma a ribadirla oggi si rischia il linciaggio»
«Oggi nessuno si ricorda delle cause, ma solo degli effetti, in primo luogo i morti, sempre e soltanto loro. E di quelli non ho pietà, se non di alcuni, uccisi per caso o per calcoli sbagliati. La gran parte era responsabile di qualcosa: di aver utilizzato le proprie conoscenze per fottere gli operai, di essere stati i promotori di centinaia di arresti illegali, di aver diretto partiti corrotti, organizzato stragi di stato, preso ordini dagli americani, promosso e finanziato gruppi golpisti e coperto i traffici della mafia. Per non parlare dei cosiddetti pesci piccoli, che magari se la sono cavata a buon mercato, con un po' di spavento o qualche buco nelle gambe: speculatori immobiliari, caporali, pennivendoli, mandanti di stupri politici contro le operaie sindacalizzate, tutta gente che, in quell'Italia, non avrebbe mai fatto un giorno di galera. Gente di rispetto, amici degli amici, carrieristi massoni, riciclatori di denaro sporco...Tutti tranquilli, finché non siamo arrivati noi a farli vivere con la paura, a farli girare con la scorta, a farli passare, di colpo, dal ruolo di potenti e intoccabili a quello di deboli e vulnerabili. E se in mezzo a loro c'è finita qualche brava persona mi dispiace, ma in guerra è così, da sempre, e le guerre non le abbiamo inventate noi, casomai ce le hanno fatte subire».


Stefano Tassinari,
L'amore degli insorti, 2005